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"Potremo dire di avere raggiunto la parità tra i sessi quando donne mediocri occuperanno posizioni di responsabilità. (Francois Giroud)"

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Basta! Parlamento pulito


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Berluscounter!

Elezioni 2006. Io sono qui. E tu dove sei?


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.


mercoledì, 31 gennaio 2007

La notte dei Telegatti (o Telemicie?)

<<Egregio Direttore,

con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque".

Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi "La metà di niente".
(... segue testo integrale)



Veronica Berlusconi>>



Ora mi chiedo: 1) come mai la Repubblica ha pubblicato questa lettera non solo in prima pagina, ma proprio sotto la testata. Si avete capito bene: proprio nello spazio che ospita o dovrebbe ospitare le notizie di maggior rilievo; 2) se la dignità della signora Veronica è stata lesa in questa occasione, tanto da volerne la pubblicazione in prima pagina - e non su Chi o Novella 3000, ma su La Repubblica, può voler dire: A - che durante il suo matrimonio ha sopportato tutto in "doveroso" silenzio B - che tutto il resto, ma tutto quanto, lo accettava e, anzi, gradiva; infine il più importante punto 3) posso aver letto e sorriso per la futile quanto inutile notizia, ma poi, fondamentalmente, a noi , onestamente: che ce ne pò fregà???? 


piccolo aggiornamento-chicca: nella pausa pranzo ho incontrato la mia amica Giogggia, la quale, riferendosi alla lettera di Veronica, mi dice <<Stamattina ho guardato la rassegna stampa su Canale 5 e non hanno letto la prima pagina de la Repubblica e, ingenuamente, avevo pensato "come mai oggi la Repubblica non è uscita???", poi in ufficio l'ho trovata, l'ho letta e ho capito!>>


DELIRATO DA kappa_pera | 13:34 | DELIRA ANKE TU, KLIKKA QUI commenti (8)

polemica, curiosità

lunedì, 29 gennaio 2007


Una domenica originale




Com’è bello uscire alle sei di pomeriggio, ora in cui finisce il blocco delle auto per la domenica ecologica, e vedere che tutti hanno avuto la stessa nostra idea: “vedrai che non troveremo nessuno, saranno rimasti tutti a casa”.

Quanto è bello andare all’Ikea, ritrovarsi con il carrello pieno e accorgersi improvvisamente, perchè una vocina lo annuncia al microfono, che si è nell’ora di chiusura e sei ancora lontano dall'uscita. Si, perché ieri era domenica e tutti sanno che la domenica l’Ikea non chiude alle 22, ma alle 20. Tutti, tranne noi! Che bello quell’ ammasso di carrelli impazziti che si dirigono verso le innumerevoli casse e che prima di imboccare una fila si esibiscono in piroette per scegliere quella più scorrevole. E così facciamo anche noi. Per un caldo infernale, come del resto questo luogo di domenica, il nostro carrello contiene giacconi e sciarpe che questa volta (forse per il poco tempo a disposizione) coprono solo 3 oggetti di vitale necessità (?): una tavoletta del water, una valigetta per l’iBook della Marmotta e una cassettiera per la mia postazione PC. Più una pianta: la Marmotta non esce mai dall’Ikea senza aver acquistato prima una pianta, che puntualmente si avvia verso un rapido deperimento per mancanza di cure e attenzioni malgrado la sua sistematica  promessa di onorarla e accudirla fino a che morte (della pianta)  non le separa.. Nel carrello per mobili di Linux, invece, un grande e pesante scatolone contenente una poltrona megagalattica tipo “capo supremo” di finta pelle umana, per la sua postazione PC. Non vi dico la difficoltà di piroettare simultaneamente con DUE carrelli. Ecco, abbiamo avvistato la fila più corta e ci scapicolliamo per accodarci con francescana pazienza e con una mia certa delusione per l'imprevista anticipazione dell'orario di chiusura (per noi). Avevo già programmato di cenare con un po’ di salmone al self service e invece una volta tornati a casa, sicuramente stremati, dovremo cucinare-mangiare-pulire! Sigh!!!

Ecco, la fila si muove! Del resto è passata solo mezz’ora... Ci avviciniamo di più, siiii. In quel marasma di carrelli e grovigli di persone, individuo la nostra cassa, che, a differenza di tutte le altre, esibisce un foglio con su scritto qualcosa. Non leggo benissimo: la scritta è in grigio chiaro. Altri due passi, poi tre. Ora leggo, c’è scritto:


 SI ACCETTANO SOLO PAGAMENTI IN CONTANTI.


Com’è bello, dopo un’ora di fila, dover lasciare l’oggetto per il quale ci si sacrificati ad andare all’Ikea, per di più di domenica, e tornarsene a casa solamente con i tre oggetti di assoluta necessità (?) e la piantina afflosciata... e non solo lei!

DELIRATO DA kappa_pera | 13:58 | DELIRA ANKE TU, KLIKKA QUI commenti (17)

diario, deliri personali

mercoledì, 24 gennaio 2007

Ecco chi e cosa mi ha introdotta nel mondo del jazz

Si tratta dei Dave Brubeck Quartet con il loro brano più famoso Take Five (dall’album Time out). Pensate che Take Five fu presentato su un 45 giri a insaputa del gruppo che era in tournèe in Inghilterra e in breve tempo le vendite raggiunsero il milione di copie, primo caso nella storia discografica del jazz. Vi consiglio di ascoltarlo, anche se già lo conoscete, e di lasciarvi trascinare dal suo ritmo. Sarà la batteria intrepida e provocatoria di Morello, sarà perchè adoro i tempi dispari (Take Five è in 5/4), ma qualche anno fa questi signori degli anni ’50-’60 mi hanno dato uno schiaffo che mi ha insegnato ad apprezzare il jazzzzzzzzzzzzzzz. E per una vecchia rockettara come me, non è mica poco, eh? 


Per vedere e sentire, cliccami

DELIRATO DA kappa_pera | 17:21 | DELIRA ANKE TU, KLIKKA QUI commenti (12)

musica

lunedì, 15 gennaio 2007

Il segreto degli occhi


Già dai tempi del liceo, Jess mi affascinò prorompentemente: capelli corvini e lisci raccolti in una lunga treccia, grandi occhi neri, pelle d’ambra che dava la sensazione di esser liscia come velluto. Camminava con portamento elegante e fiero. Mai una parola dura né un gesto fuori posto, ed era tutto così naturale, non studiato, ma garbatamente spontaneo. Tuttavia, anche se le sue labbra non erano avare di sorrisi, il suo sguardo, dolce e profondo, celava un non so che di misterioso.

Dall’ammirarla all’innamorarmi di lei il passo fu molto breve. Così iniziai a frequentarla e i veli della sua compostezza, che discretamente l’ammantavano, lentamente caddero, svelando il mistero del suo sguardo e la bellezza della sua persona.

I nostri incontri divennero sempre più frequenti, lo scambio di idee e di emozioni rafforzarono inevitabilmente il nostro rapporto. Mi sentivo così attratto da lei, dalle sue parole non dette, dai suoi sguardi distolti che, pur essendo incuriosito da ciò che il suo cuore celava, non osavo infrangere la sfera di rispetto che aleggiava tra noi. Non dimenticherò mai il suo primo bacio. Era impaurita e agitata, ma forse piuttosto intimorita. Quel giorno camminammo per più di un’ora per trovare il luogo giusto. E poi, inaspettatamente, fu lei che prese l’iniziativa: afferrò la mia mano conducendomi tra le fronde di un salice piangente. Provai tenerezza, gioia e tanto amore. Indimenticabili rami, così morbidi e flessuosi, che creavano un’atmosfera surreale e magica che non tardò a trasportarci in un’altra dimensione. E ancora non sapevo che quei manti di fogliame avrebbero protetto i nostri baci per molto tempo ancora. Divenne, infatti, il nostro luogo segreto, nascondiglio perfetto per non svelare il nostro amore. Però qualcosa mi sfuggiva. Sinceramente, questo amore così grande avrei voluto gridarlo al mondo. Invece mi abbandonai ai suoi sotterfugi e uscite clandestine. L’amavo troppo per oppormi ed ero sicuro che ciò che mi appariva incomprensibile e intollerante era totalmente giustificabile da qualche valida ragione.

Finalmente, dopo un lungo anno di attesa, uscimmo allo scoperto, scoprendoci dalle fronde e dai segreti, ma prima Jess mi portò tra le braccia del salice piangente e cominciò a parlare ininterrottamente, come un fiume in piena, della sua vita: “Proprio in questo punto si baciarono per la prima volta i miei genitori. Papà era ancora studente in medicina quando mamma si accorse di aspettare me e decise di lasciare gli studi liceali. Si sposarono e nacqui io. All’età di quattro anni, quando papà era diventato da poco medico, decisero di portarmi dai miei nonni paterni, in Afghanistan.

E lì cominciò tutto. Mio padre, dopo lunghi anni di assenza, appena entrò in contatto con le sue origini, si svelò per quello che aveva deciso di non essere più: riabbracciò fedelmente l’Islam e conseguentemente diede un nuovo significato all’amore per mamma e per me. Mi fece iscrivere alla scuola coranica ed obbligò mia madre a indossare il chador. Ero piccola per ricordare il vero significato di ciò che mi circondava, ma è inevitabile ricordare la sofferenza di mamma. Sembrava non fosse più lei. Gli occhi, unica parte del suo viso che potevo intravedere, avevano perso il trucco e l’allegria. Mi apparivano spenti, spesso arrossati da un pianto nascosto o represso. Non sapevo ancora, non potevo sapere che trattenevano, seppur con sofferenza e caparbietà, speranza anziché rassegnazione. Avevo pochi contatti con lei. Mi accudiva mia nonna e mia zia, la sorella di papà. Mamma era quasi relegata, come se nessuno della famiglia si fidasse di lei, l’occidentale, la donna moderna e con strane idee per la testa. Ma io l’amavo tanto; e più l’amavo e più mi mancava.

Era forse il suo sguardo spento e triste che infondeva in me un dubbio; insinuava nel mio cuore il sospetto sulla giustezza di ciò che ci insegnavano a scuola. Lo avevo capito. L’amore mio verso di lei e l’apatia sua verso la vita di quel momento mi hanno deviata da quel destino così diverso e così difficile e complicato da cambiare.

Un giorno come tanti altri uscii da scuola alla solita e, appena svoltato l’angolo, mi sentii afferrare bruscamente e fui catapultata nel sedile posteriore di un’auto. Ero terrorizzata e mi coprii gli occhi con le mani tremanti. Altre mani afferrarono le mie e tentarono di liberarmi gli occhi. Non avrei mai immaginato che a rapirmi fosse stata proprio la mamma. Fuggimmo via con il cuore in gola, terrorizzate da un futuro incerto e ignoto.

Viaggiammo su cammelli, carretti, jeep e, per ultimo, una nave. Solo in un secondo tempo capii che la sua apatia nascondeva ribellione e la sua docilità un piano al quale aveva faticato a lavorare per alcuni anni, perché erano poche le volte in cui le era permesso di uscire da sola, e in quelle occasioni riusciva a contattare una organizzazione speciale e clandestina. Lei non si era mai arresa, non si era mai rassegnata a cedere la sua vita senza prima non aver tentato l’impossibile.

Durante il lunghissimo viaggio, non scoprì mai il viso dal chador e non capivo il perché, ma, in compagnia del silenzio eloquente, benché desiderassi ardentemente riappropriarmi del suo volto, non ho mai osato chiederle nulla.

Passarono molti giorni prima che giungessimo, stremate e sporche, nel nostro paese e mamma continuava a mantenere il volto coperto. Ormai potevamo finalmente dire di essere salve e completamente fuori dall’incubo di una vita che non ci apparteneva. Ma una volta giunte in paese, il nostro cammino si diresse nella direzione opposta a quella che ci avrebbe condotte alla nostra casa. Avevo intuito. Mamma mi prese per mano e mi condusse qui, sotto il salice piangente, ci mettemmo una di fronte all’altra, io emozionata e lei, piena di orgoglio e felice di essersi riappropriata della sua vita, iniziò il rito. Guardandomi, si denudò lentamente del velo e il suo sguardo materno, espansivo e gioioso non lasciava spazio alle parole. Affamata, mi nutrii del suo viso, per troppo tempo negato, e poi ci abbracciammo piangendo, ammantate dal solo fruscio delle fronde dell’albero. Questo albero: è qui che nasce una vita, un amore, una speranza!”.

DELIRATO DA kappa_pera | 13:38 | DELIRA ANKE TU, KLIKKA QUI commenti (13)

creature di kappa

 


mercoledì, 31 gennaio 2007

La notte dei Telegatti (o Telemicie?)

<<Egregio Direttore,

con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque".

Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi "La metà di niente".
(... segue testo integrale)



Veronica Berlusconi>>



Ora mi chiedo: 1) come mai la Repubblica ha pubblicato questa lettera non solo in prima pagina, ma proprio sotto la testata. Si avete capito bene: proprio nello spazio che ospita o dovrebbe ospitare le notizie di maggior rilievo; 2) se la dignità della signora Veronica è stata lesa in questa occasione, tanto da volerne la pubblicazione in prima pagina - e non su Chi o Novella 3000, ma su La Repubblica, può voler dire: A - che durante il suo matrimonio ha sopportato tutto in "doveroso" silenzio B - che tutto il resto, ma tutto quanto, lo accettava e, anzi, gradiva; infine il più importante punto 3) posso aver letto e sorriso per la futile quanto inutile notizia, ma poi, fondamentalmente, a noi , onestamente: che ce ne pò fregà???? 


piccolo aggiornamento-chicca: nella pausa pranzo ho incontrato la mia amica Giogggia, la quale, riferendosi alla lettera di Veronica, mi dice <<Stamattina ho guardato la rassegna stampa su Canale 5 e non hanno letto la prima pagina de la Repubblica e, ingenuamente, avevo pensato "come mai oggi la Repubblica non è uscita???", poi in ufficio l'ho trovata, l'ho letta e ho capito!>>


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lunedì, 29 gennaio 2007


Una domenica originale




Com’è bello uscire alle sei di pomeriggio, ora in cui finisce il blocco delle auto per la domenica ecologica, e vedere che tutti hanno avuto la stessa nostra idea: “vedrai che non troveremo nessuno, saranno rimasti tutti a casa”.

Quanto è bello andare all’Ikea, ritrovarsi con il carrello pieno e accorgersi improvvisamente, perchè una vocina lo annuncia al microfono, che si è nell’ora di chiusura e sei ancora lontano dall'uscita. Si, perché ieri era domenica e tutti sanno che la domenica l’Ikea non chiude alle 22, ma alle 20. Tutti, tranne noi! Che bello quell’ ammasso di carrelli impazziti che si dirigono verso le innumerevoli casse e che prima di imboccare una fila si esibiscono in piroette per scegliere quella più scorrevole. E così facciamo anche noi. Per un caldo infernale, come del resto questo luogo di domenica, il nostro carrello contiene giacconi e sciarpe che questa volta (forse per il poco tempo a disposizione) coprono solo 3 oggetti di vitale necessità (?): una tavoletta del water, una valigetta per l’iBook della Marmotta e una cassettiera per la mia postazione PC. Più una pianta: la Marmotta non esce mai dall’Ikea senza aver acquistato prima una pianta, che puntualmente si avvia verso un rapido deperimento per mancanza di cure e attenzioni malgrado la sua sistematica  promessa di onorarla e accudirla fino a che morte (della pianta)  non le separa.. Nel carrello per mobili di Linux, invece, un grande e pesante scatolone contenente una poltrona megagalattica tipo “capo supremo” di finta pelle umana, per la sua postazione PC. Non vi dico la difficoltà di piroettare simultaneamente con DUE carrelli. Ecco, abbiamo avvistato la fila più corta e ci scapicolliamo per accodarci con francescana pazienza e con una mia certa delusione per l'imprevista anticipazione dell'orario di chiusura (per noi). Avevo già programmato di cenare con un po’ di salmone al self service e invece una volta tornati a casa, sicuramente stremati, dovremo cucinare-mangiare-pulire! Sigh!!!

Ecco, la fila si muove! Del resto è passata solo mezz’ora... Ci avviciniamo di più, siiii. In quel marasma di carrelli e grovigli di persone, individuo la nostra cassa, che, a differenza di tutte le altre, esibisce un foglio con su scritto qualcosa. Non leggo benissimo: la scritta è in grigio chiaro. Altri due passi, poi tre. Ora leggo, c’è scritto:


 SI ACCETTANO SOLO PAGAMENTI IN CONTANTI.


Com’è bello, dopo un’ora di fila, dover lasciare l’oggetto per il quale ci si sacrificati ad andare all’Ikea, per di più di domenica, e tornarsene a casa solamente con i tre oggetti di assoluta necessità (?) e la piantina afflosciata... e non solo lei!

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mercoledì, 24 gennaio 2007

Ecco chi e cosa mi ha introdotta nel mondo del jazz

Si tratta dei Dave Brubeck Quartet con il loro brano più famoso Take Five (dall’album Time out). Pensate che Take Five fu presentato su un 45 giri a insaputa del gruppo che era in tournèe in Inghilterra e in breve tempo le vendite raggiunsero il milione di copie, primo caso nella storia discografica del jazz. Vi consiglio di ascoltarlo, anche se già lo conoscete, e di lasciarvi trascinare dal suo ritmo. Sarà la batteria intrepida e provocatoria di Morello, sarà perchè adoro i tempi dispari (Take Five è in 5/4), ma qualche anno fa questi signori degli anni ’50-’60 mi hanno dato uno schiaffo che mi ha insegnato ad apprezzare il jazzzzzzzzzzzzzzz. E per una vecchia rockettara come me, non è mica poco, eh? 


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lunedì, 15 gennaio 2007

Il segreto degli occhi


Già dai tempi del liceo, Jess mi affascinò prorompentemente: capelli corvini e lisci raccolti in una lunga treccia, grandi occhi neri, pelle d’ambra che dava la sensazione di esser liscia come velluto. Camminava con portamento elegante e fiero. Mai una parola dura né un gesto fuori posto, ed era tutto così naturale, non studiato, ma garbatamente spontaneo. Tuttavia, anche se le sue labbra non erano avare di sorrisi, il suo sguardo, dolce e profondo, celava un non so che di misterioso.

Dall’ammirarla all’innamorarmi di lei il passo fu molto breve. Così iniziai a frequentarla e i veli della sua compostezza, che discretamente l’ammantavano, lentamente caddero, svelando il mistero del suo sguardo e la bellezza della sua persona.

I nostri incontri divennero sempre più frequenti, lo scambio di idee e di emozioni rafforzarono inevitabilmente il nostro rapporto. Mi sentivo così attratto da lei, dalle sue parole non dette, dai suoi sguardi distolti che, pur essendo incuriosito da ciò che il suo cuore celava, non osavo infrangere la sfera di rispetto che aleggiava tra noi. Non dimenticherò mai il suo primo bacio. Era impaurita e agitata, ma forse piuttosto intimorita. Quel giorno camminammo per più di un’ora per trovare il luogo giusto. E poi, inaspettatamente, fu lei che prese l’iniziativa: afferrò la mia mano conducendomi tra le fronde di un salice piangente. Provai tenerezza, gioia e tanto amore. Indimenticabili rami, così morbidi e flessuosi, che creavano un’atmosfera surreale e magica che non tardò a trasportarci in un’altra dimensione. E ancora non sapevo che quei manti di fogliame avrebbero protetto i nostri baci per molto tempo ancora. Divenne, infatti, il nostro luogo segreto, nascondiglio perfetto per non svelare il nostro amore. Però qualcosa mi sfuggiva. Sinceramente, questo amore così grande avrei voluto gridarlo al mondo. Invece mi abbandonai ai suoi sotterfugi e uscite clandestine. L’amavo troppo per oppormi ed ero sicuro che ciò che mi appariva incomprensibile e intollerante era totalmente giustificabile da qualche valida ragione.

Finalmente, dopo un lungo anno di attesa, uscimmo allo scoperto, scoprendoci dalle fronde e dai segreti, ma prima Jess mi portò tra le braccia del salice piangente e cominciò a parlare ininterrottamente, come un fiume in piena, della sua vita: “Proprio in questo punto si baciarono per la prima volta i miei genitori. Papà era ancora studente in medicina quando mamma si accorse di aspettare me e decise di lasciare gli studi liceali. Si sposarono e nacqui io. All’età di quattro anni, quando papà era diventato da poco medico, decisero di portarmi dai miei nonni paterni, in Afghanistan.

E lì cominciò tutto. Mio padre, dopo lunghi anni di assenza, appena entrò in contatto con le sue origini, si svelò per quello che aveva deciso di non essere più: riabbracciò fedelmente l’Islam e conseguentemente diede un nuovo significato all’amore per mamma e per me. Mi fece iscrivere alla scuola coranica ed obbligò mia madre a indossare il chador. Ero piccola per ricordare il vero significato di ciò che mi circondava, ma è inevitabile ricordare la sofferenza di mamma. Sembrava non fosse più lei. Gli occhi, unica parte del suo viso che potevo intravedere, avevano perso il trucco e l’allegria. Mi apparivano spenti, spesso arrossati da un pianto nascosto o represso. Non sapevo ancora, non potevo sapere che trattenevano, seppur con sofferenza e caparbietà, speranza anziché rassegnazione. Avevo pochi contatti con lei. Mi accudiva mia nonna e mia zia, la sorella di papà. Mamma era quasi relegata, come se nessuno della famiglia si fidasse di lei, l’occidentale, la donna moderna e con strane idee per la testa. Ma io l’amavo tanto; e più l’amavo e più mi mancava.

Era forse il suo sguardo spento e triste che infondeva in me un dubbio; insinuava nel mio cuore il sospetto sulla giustezza di ciò che ci insegnavano a scuola. Lo avevo capito. L’amore mio verso di lei e l’apatia sua verso la vita di quel momento mi hanno deviata da quel destino così diverso e così difficile e complicato da cambiare.

Un giorno come tanti altri uscii da scuola alla solita e, appena svoltato l’angolo, mi sentii afferrare bruscamente e fui catapultata nel sedile posteriore di un’auto. Ero terrorizzata e mi coprii gli occhi con le mani tremanti. Altre mani afferrarono le mie e tentarono di liberarmi gli occhi. Non avrei mai immaginato che a rapirmi fosse stata proprio la mamma. Fuggimmo via con il cuore in gola, terrorizzate da un futuro incerto e ignoto.

Viaggiammo su cammelli, carretti, jeep e, per ultimo, una nave. Solo in un secondo tempo capii che la sua apatia nascondeva ribellione e la sua docilità un piano al quale aveva faticato a lavorare per alcuni anni, perché erano poche le volte in cui le era permesso di uscire da sola, e in quelle occasioni riusciva a contattare una organizzazione speciale e clandestina. Lei non si era mai arresa, non si era mai rassegnata a cedere la sua vita senza prima non aver tentato l’impossibile.

Durante il lunghissimo viaggio, non scoprì mai il viso dal chador e non capivo il perché, ma, in compagnia del silenzio eloquente, benché desiderassi ardentemente riappropriarmi del suo volto, non ho mai osato chiederle nulla.

Passarono molti giorni prima che giungessimo, stremate e sporche, nel nostro paese e mamma continuava a mantenere il volto coperto. Ormai potevamo finalmente dire di essere salve e completamente fuori dall’incubo di una vita che non ci apparteneva. Ma una volta giunte in paese, il nostro cammino si diresse nella direzione opposta a quella che ci avrebbe condotte alla nostra casa. Avevo intuito. Mamma mi prese per mano e mi condusse qui, sotto il salice piangente, ci mettemmo una di fronte all’altra, io emozionata e lei, piena di orgoglio e felice di essersi riappropriata della sua vita, iniziò il rito. Guardandomi, si denudò lentamente del velo e il suo sguardo materno, espansivo e gioioso non lasciava spazio alle parole. Affamata, mi nutrii del suo viso, per troppo tempo negato, e poi ci abbracciammo piangendo, ammantate dal solo fruscio delle fronde dell’albero. Questo albero: è qui che nasce una vita, un amore, una speranza!”.

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