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venerdì, 27 luglio 2007
CHIUSO PER FERIE
Non ho fatto in tempo a scrivere nulla di nulla ed ora è giunto il momento di lasciare il PC e dedicarmi alle vacanze. ma non senza prima salutarvi. Mi scuso se non sono passata da tutti voi, ma, credetemi, gli ultimi giorni di lavoro sono veramente estenuanti. Mi raccomando: innaffiate le piante, lasciate pulito come ho lasciato e, soprattutto, non portate in casa estranei... io vado viaaaaaaaaaa
Lancio un giochino:
sto cercando di ricordare i giochi e i gelati di quando ero bambina... tanto per sentirmi ancora più in cavanza... ecco... volevo dire va canza! Io ricordo le sbattipalline. Non è una parolaccia, era un gioco vero... che lasciava ematomi sugli avambracci. E poi la pallina legata alla caviglia con una corda e che si doveva far girare... non rimproveratemi... Per quanto riguarda i gelati, ricordo con nostalgia il Piper, il ghiacciolo Arcobaleno (che si offriva solo l'ultimo pezzetto perchè era di una menta schifosissima) e il croccantino alla gianduia.
Sono le 16,42, ho 40 minuti per pagare multe e munnezza, salutare gli amici, ritirare un libro e lasciare la scrivania sgombraaaaaaaaaaaa. Quindi, se ho scritto qualche cazzata non importa. Volevo salutarvi e l'ho fatto... sciaooooooooooooooo
DELIRATO DA kappa_pera
| 16:51
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mercoledì, 11 luglio 2007
LA PREDA
Mi sento di vivere in un mondo misterioso e pieno di insidie, nei cui meandri si trovano, se si trovano, solo due strade: o far finta di nulla e fregarsene completamente, oppure tentare disperatamente con i pochi mezzi a disposizione di approfondire una notizia o un argomento.
Per render meglio l’idea dello stato umorale in cui attualmente verso, faccio l’esempio dei vecchi e mitici film di fantascienza. Vi ricordate La cosa o Alien o, andando piacevolmente indietro nel tempo, addirittura L’invasione degli ultracorpi, Il pianeta proibito, L’invasione della terra e Blob, il fluido che uccide? Ricordo ancora la voce, spaventosa e canzonatoria al contempo, che in sala annunciava la proiezione dei film della settimana (non esistevano i trailer): “Riuscirà la gelatina verde a uccidere l’intrepido Steve McQueen? Lo scoprirete la prossima settimana”. Che tempi!!! Ci si irrigidiva sui sedili in legno dei cineforum o delle arene. Le mani e i piedi erano sudati per tutta la durata del film. Regnava un religioso silenzio, non si sentiva neanche lo stropiccìo delle buste dei popcorn ( e chi aveva voglia di mangiare?!?), ma solo silenzio di tomba, è il caso di dire. Lì, incollati alle sedie, tra una sigaretta e l’altra, sobbalzando all’unisono tra nuvole di fumo e con il cuore che batteva progressivamente sempre più forte, sempre all’unisono, soprattutto quando ci si rendeva conto che l’arrivo del mostro era imminente. Eravamo prede dell’imprevedibilità. Con l’ansia che soffocava il respiro, perchè ci si aspettava, forse, che da un angolo in penombra o dalla porta o dal cielo spuntasse, che so?, la terrificante creatura che voleva parassitare la splendida Sigourney Weaver, cioè, come dire?, “fecondarla” per riprodurre nuovi alieni, con la sua conseguente morte all’atto della nascita dei piccoli mostriciattoli. O la sostanza schifosa, viscida, mocciolosa e vorace, la gelatina verde, arrivata sulla terra per far banchetto divorando persone. O piuttosto il fungo-vampiro, che si impossessa dei corpi umani, succhiando loro il sangue (mi sembra fosse L’astronave atomica del dottor Quatermass). Ma dove voglio arrivare? Perché sto scrivendo sta roba qua? Forse ho sconfinato, però è stato piacevole ricordare i tempi della vera Fantascienza. Ma ora che ci penso, ho trascurato i vecchi film dell’horror: come ho potuto non citare Dracula, o La notte dei morti viventi... Insomma, ci risiamo, non riesco più a scrivere. Fermatemiiii. Altttt. Ci sono!!!
Quello che vorrei esprimere è tutta la mia impotenza, ignoranza, disillusione e ci metterei anche paura per il mondo! Ogni giorno si sente una notizia nuova che non può che provocare allarmismo, timore, preoccupazione, disorientamento. Già con Pollari che proferirà verbo sui Misteri d’Italia ad autorizzazione concessa, mi vengono i brividi. La parola “Mistero” mi piace solo sul grande schermo. Per non parlare di tutto il resto: i giochi politici senza l’assunzione di alcuna responsabilità, l’inquinamento del pianeta che non interessa a nessuno se non a noi piccoli e insascoltati esseri impotenti (nel senso di "non potenti"), le discariche abusive, l’ecomafia, la pedofilia, la violenza, i brogli o non brogli, le vicende politiche dai contorni complicati, i giochi delle tre carte, i rimpalli, e pure i pomodori o i dentifrici velenosi o tossici. Fermate il mondo, voglio scendere!
Non credo più a nulla, neanche alle verità vere (non è un errore, così rende meglio) che vogliono farci credere. No, grazie, preferisco Alice nel paese delle meraviglie. Mi sento in balia di forze potenti, forze oscure e misteriose (visto che un po’ c’azzeccava la fantascienza?) che tentano di fregarmi o quanto meno convincermi di qualcosa a cui bisogna credere, altrimenti si crolla!!! Ma de cheeeee!!!! Vi dico solo che anche quando ho visto il dvd dello spettacolo di Grillo, avevo consapevolmente preso le giuste distanze per non credergli ciecamente. Lui, il mitico Grillo parlante... si, però possiede il suvvone e si fa fotografare su un megayacthone. Beh, conoscendolo, saranno sicuramente alimentati da olio di colza. Per forza, eh!!!!
Beh, sapete che c’è? Più parlo e più la rabbia si alimenta. Questo post non ha raggiunto la catarsi sperata. Mi sento sempre preda dell’imprevedibilità.
Ebbene, giungo finalmente al punto. L’importante è essere brevi e coincisi.
Ho ricevuto da una collega una e-mail contenente la “Lettera aperta all’Inps sulle pensioni italiane”, scritta da Luciano Gallino. Essendo diventata (per forza, eh!) odiosamente diffidente, ho cercato in rete qualche notizia in più (ultimamente scopro delle vere e proprie bufale), ed ho trovato che la lettera in questione, oltre ad esser vera, è stata pubblicata da La Repubblica il 5 luglio scorso. Non conoscendo l’autore della lettera, lo confesso, ho cercato notizie anche su di lui. Luciano Gallino, oltre ad essere un padre e forse anche un nonno preoccupato del futuro pensionistico dei propri figli e nipoti, è anche uno dei maggiori esperti del rapporto fra le nuove tecnologie e la formazione; professore ordinario di Sociologia presso la facoltà di Scienze della formazione di Torino; Presidente del Centro Interdipartimentale Servizi informatici e telematici per le Facoltà umanistiche; Presidente del Corso di Laurea in Scienze dell’educazione della Facoltà di Scienze della formazione e direttore dei “Quaderni di Sociologia”. Come sociologo si è sempre occupato di rapporti tra tecnologia e cultura. Autore di numerose ricerche nel campo della sociologia del lavoro e dell’industria e ha dedicato molti dei suoi studi ai processi d’interazione uomo-macchina e all’intelligenza artificiale. Alla faccia del bicarbonato! Questo signore ha formato un gruppo intergenerazionale di discussione su temi connessi al bilancio dell’Inps, dove sono emersi dei dubbi, come lui stesso dichiara nella lettera.
Io sono sfinita, dopo questo aggrovigliamento di idee e pensieri che non ha sortito alcun ragionamento logico, vi invito a leggere direttamente la lettera in questione. Qualcuno mi dica che quanto riportato in essa non è vero, altrimenti, prima delle vacanze, dovrò assolutamente rifornirmi di uno scalone... ops... scatolone intero di malox!
Un assaggio per i più pigri?
Si legge che: “Lo Stato trasferirà dal proprio bilancio a quello dell´Inps, nel 2007, 72,3 miliardi di euro. Cifra enorme. Quasi 5 punti di Pil. (...) Poi qualcuno ha notato che il titolo della pagina riguarda non il pagamento delle ordinarie pensioni, bensì gli oneri non previdenziali.” Ma cosa sono questi oneri non previdenziali? Essi non presuppongono nessuna entrata in forma di contributi “Si tratta di interventi per il mantenimento del salario (2,5 miliardi); oneri a sostegno della famiglia (2,7 miliardi); assegni e indennità agli invalidi civili (13,5 miliardi); sgravi dagli oneri sociali e altre agevolazioni (12,7 miliardi). Sono tutti oneri sacrosanti, che lo Stato ha il dovere di sostenere. Ha quindi chiesto all´Inps di gestirli, cosa che dal 1988 l´Istituto fa con una cassa separata, la Gestione degli interventi assistenziali (Gias). Però chi prende il totale di questi oneri per sostenere che la normale previdenza costa ai contribuenti oltre 70 miliardi l´anno, per cui è necessario tagliare qui e ora le pensioni ordinarie, forse ha esaminato un po´ troppo alla svelta i bilanci dell´Inps. O, nel caso del Bilancio preventivo 2007, si è fermato a pag. 89.”
DELIRATO DA kappa_pera
| 17:03
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“Mi chiamo Riccardo Farella, dovrei ritirare il referto della TAC” chiese con voce tonante un uomo alto e robusto, sulla cinquantina.
L’infermiera, al di là del bancone, si attivò immediatamente, scartabellando tra le pile di fascicoli sistemati in sconvolgente ordine. Poi, all’improvviso, ne estrasse uno, ma subito si bloccò con aria indecisa. L’uomo, sempre più impaziente, la osservava, non capendo la sua concitazione, poi, sporgendosi al di là del banco, la vide leggere un post-it attaccato sul suo referto e con la stessa foga gettarlo nel cestino e telefonare.
La sicurezza di Riccardo cominciò a vacillare e le sue dita a tamburellare sul rovere del piano del bancone. Perché questa telefonata? L’attesa di leggere il risultato stava diventando troppo carica di ansia, cosa che lui detestava.
Una volta conclusa la telefonata, l’infermiera gli si avvicinò, sussurrando semplicemente: “Mi scusi signore, può seguirmi?”. L’ansia si stava trasformando in timore, forse paura, ma non gli restò altro che annuire seguendola. Stava avvertendo una sgradevole sensazione di pesantezza alle gambe e le sue meningi sembravano essere strette da una morsa. Attraversarono corridoi, sale, salirono scale. Quell’odore di medicinali e disinfettanti gli stava provocando una leggera nausea. Finalmente arrivarono di fronte allo studio di un medico. “Prego signor Farella, si accomodi pure. Il dottor Mesci la chiamerà appena si libera. Ci scusi per l’attesa, ma ora è impegnato in una intervista televisiva che non può interrompere. Ha bisogno di qualcosa?”. Certo che ne aveva bisogno, non di una sola, ma di tante, a cominciare dalla serenità, dalla rassicurazione, da qualcosa che ponesse fine a quel crescente e sempre più insopportabile e sfibrante sospetto. Ma rimase impassibile e rispose semplicemente con un educato “No, grazie” e poi si ammutolì.
Era rimasto lì, solo, in una sala fredda e grande, troppo grande. O forse non era la stanza ad essere grande, ma lui a sentirsi piccolo, impotente. Le sue mani erano umidicce e il suo respiro cominciava ad essere affannato. L’attesa stava diventando insopportabile, ma all’improvviso ricordò di avere un appuntamento importante al suo studio. Prese il cellulare e, per evitare le onde nocive, indossò l’auricolare, compose il numero del suo ufficio e gli rispose la segretaria. “Rosa, buongiorno. Ho avuto un contrattempo. Guardi la mia agenda, telefoni immediatamente al cliente delle ore 12 e ritardi l’appuntamento di tre ore. Poi... ehm... dovrebbe farmi un favore personale. Aspetti un momento in linea”. Inforcò gli occhiali, si avvicinò alla porta del dottore per leggerne il nome. “Faccia una rapida ricerca su un certo Salvatore Mesci e mi chiami appena ha informazioni nei suoi riguardi”. Riagganciato il cellulare, iniziò a pensare a quel nome appena pronunciato, perché non gli era del tutto sconosciuto. Del resto, l’infermiera aveva detto che il dottore era occupato in un’intervista, forse era famoso e il suo nome poteva averlo sentito o letto... Ora Riccardo riusciva a sentire perfettamente anche il suo ritmo cardiaco, veloce e rimbombante. Ma cosa stava facendo là? Si era sottoposto ad una TAC come ogni anno. Non si sa mai. E poi perché preoccuparsi tanto? Non fumava, non beveva, andava a dormire presto. Il colesterolo, si sa, è sempre in agguato, pronto a colpire i più temerari. E come il colesterolo, anche l’ictus o l’infarto o l’ipertensione. Una cosa però era certa: doveva restar calmo per non rischiare di far alzare la pressione. Meglio abbassare le probabilità di rischio... Non si sa mai. E poi, palestra per mantenersi in forma, dieta equilibrata e priva di grassi, pane rigorosamente integrale, frutta e verdura in grande quantità, insomma cibo sano e vita altrettanto sana. Dio solo sa quante volte avrebbe voluto addentare una mortadella intera o un cheesburger! O concedersi ad una sbronza con gli amici! Riccardo cominciava a chiedersi se fosse valsa veramente la pena sacrificarsi così tanto. E tra questo ed altri pensieri, squillò il cellulare. Infilato l’auricolare, rispose con un filo di voce. Era Rosa. Riccardo impallidì, ascoltò, sgranò gli occhi e si accasciò sulla poltrona. Una vampata di calore gli salì dai piedi alla testa e tutto girava intorno a lui. Aveva ricevuto la conferma del suo atroce dubbio, quello dal quale ogni persona fugge. Quello a cui si risponde con un semplice “a me, non toccherà mai”: il dottor Mesci era un oncologo.
“Si sente bene signore?” chiese una ragazza appena arrivata nella sala d’aspetto. Riccardo non aveva neanche la forza di rispondere. Aspettò qualche minuto, poi andò in bagno per sciacquarsi il viso e, con l’occasione, lavarsi accuratamente le mani; in questi posti pubblici circolano molti microbi. Non si sa mai! Fatte tutte le dovute abluzioni si guardò allo specchio, scrutando ogni millimetro della sua immagine riflessa. Era il volto di un uomo in preda al terrore, che appariva stanco e invecchiato. Dopo dieci minuti di osservazione era ancora lì, ora calmo, di fronte a se stesso. Ancora silenzio tra lui e lui, quasi in contemplazione, fino a quando fece un bel respiro e, con tutta la sua forza, sputò sulla sua immagine riflessa, gridando “razza di imbecille che sei stato”. Sembrava trasformato, la paura della quale era prigioniero era scomparsa e al suo posto ora c’era la rabbia. Uscì e prese un caffè doppio dal distributore delle bevande calde, se lo gustò assaporandolo fino all’ultima goccia. Si avvicinò alla ragazza della sala e le chiese una sigaretta, fingendo che le sue erano rimaste in macchina. Uscì nel cortile dell’ambulatorio e gustò pure quella, mentre il suo sguardo, non più vago, faceva intendere che stava escogitando qualcosa. Ma che cosa? Afferrò il cellulare, strappò l’auricolare e lo gettò nel cestino. Compose un numero “Ciao Janet, sono io, come stai? Perchè? Non posso chiedertelo? Beh, c’è sempre una prima volta... Potresti passarmi il piccolo Matt, vorrei sentire la sua vocina, please! E’ anche figlio mio, no? Senti Janet, non rispondermi subito, riflettici su prima di farlo, ma avrei una proposta: mi mancate troppo, ho deciso di mandare al diavolo la paura di volare e sono pronto a fare il pendolare tutti i fine settimana da Londra a Roma”. Conclusa la telefonata, sentiva la vittoria in pugno. Non sapeva ancora se la sua famiglia si fosse riunita, ma in quel momento l'importante era combattere per non lasciare nulla di intentato. Era come se all'improvviso avesse capito che l'amore non può esser mortificato dalla paura. Ed era forse per questo che, una volta interrotta la comunicazione, scoppiò in un gran pianto. Altro caffè, ma senza sigaretta. Altra telefonata “Direttore, sono Riccardo Farella. La domanda le sembrerà un po’ bizzarra, ma vorrei sapere se è ancora valida la proposta di promozione a responsabile di area. Grazie, sì, l’accetto, nel pomeriggio sarò da lei”. Si stupiva di ciò che stava facendo, ma gli piaceva. Le ansie erano svanite e con loro anche gli eventuali rischi di infarti o gastriti. Sembrava un eroe. Nonostante fosse in procinto di ricevere la condanna della sua vita, aveva deciso di recuperare e aggrapparsi disperatamente al resto dei suoi giorni, riappropriandosi dei suoi affetti e di tutto ciò che prima era precluso. Si, sembrava un eroe, ma poi guardò verso la sala d’aspetto e vide l'equipe televisiva uscire dallo studio del dottor Mesci. Prese una boccata d’aria, respirò intensamente ed entrò con passo deciso e un coraggio che poteva fargli affrontare qualsiasi notizia, perfino la più terribile. Anche se mancava poco alla sua ora, aveva deciso di vivere, non solo respirare, ma vivere e godersi ciò che rimaneva del suo tempo e, anzi, non vedeva l’ora di uscire dall’ospedale per iniziare a farlo. Si avvicinò al dottore, che nel frattempo era uscito dal suo studio, lo guardò fisso negli occhi, e così anche il dottore guardò lui. Si fissarono in silenzio, un silenzio che durò solo qualche secondo, ma che sembrava eterno. Poi l’iniziativa fu presa dal dottore: “Insomma Riccardino, ma proprio non mi riconosci? Siamo stati per tre anni compagni di scuola. Ero quel farabutto che ti prendeva sempre in giro! La indossi ancora la maglia di lana d’estate?”.
DELIRATO DA kappa_pera
| 19:50
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